Johan Bruyneel – Copyright Johan Bruyneel Sports Management
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We Might as Well Win – Copyright Houghton Mifflin
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gio 02/09/10
LE IDEE DEL TECNICO DI CICLISMO DI ARMSTRONG E CONTADOR AL SERVIZIO DI CHI VUOLE VINCERE OVUNQUE.
Intervista a Johan Bruyneel di Alberto Celani.
Johan Bruyneel è considerato il tecnico vincente nel ciclismo, quello in grado di prendere un giovane americano di nome Lance Armstrong, pieno di talento trasformandolo nell’uomo capace di vincere 7 Tour de France passando per un cancro che lo ha reso un personaggio dall’immagine ancora più forte e con la voglia di vincere accresciuta. Da tecnico, in 11 anni, Johan ha vinto 9 Tour de France e ha portato alla ribalta Alberto Contador, fresco vincitore del suo terzo Tour de France. Johan ci ha parlato di strategia e tattica, di gestione della corsa e del ruolo che un manager deve avere come direttore non solo agonistico ma col giusto focus sull’aspetto manageriale e mediatico della squadra. Johan è considerato un guru dell’alchimia tra esposizione mediatica, creazione del personaggio e creazione di cannibali capaci di vincere le gari più importanti. Abbiamo parlato di atletica italiana e di crisi superabile con programmi scrupolosi, di esperienze sul campo in situazioni analoghe con sport diversi. Gli sport di fatica hanno quelle caratteristiche che li rendono affascinanti per la gente che li segue e prova a praticarli, il gusto delle imprese e delle storie rende il ciclismo uno stretto parente dell’atletica e Johan ce l’ha confermato.
Tattica e strategia, quanto l’uso delle radioline in corsa ha cambiato questi due aspetti? Pensi a un possible sviluppo futuro di questa tecnologia anche nell’ atletica?
JB: Sono storicamente un grande assertore dell’uso delle radio nel ciclismo, alcuni le vorrebbero eliminare ma io, personalmente, penso che sarebbe un grosso passo indietro per lo sport. Il primo punto a favore dell’utilizzo delle radio in gara è quello di poter informare i corridori delle condizioni di corsa, per esempio poter informare gli atleti del messaggio di attenzione ricevuto dall’organizzazione per una strada danneggiata in 2km è un obbligo. La sicurezza deve essere una priorità a ogni livello in ogni sport, anche nel caso di un bambino che inizia i primi passi da agonista, così come per i professionisti. Prima dell’era della comunicazione diretta via radio con I corridori in gara I direttori sportive dovevano portare la vettura fino all’interno del gruppo per poter comunicare con il proprio atleta, immaginate una carreggiata occupata da corridori e una vettura che si avvicina, cerca il proprio corridore e si sfila dopo aver comunicato un’informazione. Esiste qualcosa di più pericoloso? Io uso la radio per chiedere al mio corridore di mangiare o bere, è importante che questi abbiano un pungolo costante sul fatto che devono alimentarsi o idratarsi. Se in gara bevi solo quando hai sete è spesso troppo tardi e il corridore può trovarsi in cattive condizioni senza alimentazione in tempi e modalità corretti. Alcuni atleti hanno bisogno di essere spronati: “su ragazzi”, “ottimo lavoro”, “continuate così”, sono cose che un corridore ha bisogno di sentire nelle orecchie per essere motivato e incoraggiato. Ci sono poi volte in cui do dei ragguagli tattici, lo vediamo negli sport motoristici anche: il fatto che tu abbia la tattica giusta non è detto che tu possa vincere la corsa. Alla fine della fiera il corridore fa la maggior parte del lavoro, il tecnico non è altro che un altro importante pezzo della squadra, ogni pezzo deve combaciare per poter trovare il successo. Non seguo la maratona così tanto analiticamente dal punto di vista tecnico per poter fornire un giudizio su due piedi sulla validità tecnica della radio in corsa, penso che ogni sport dovrebbe analizzare i propri bisogni di sicurezza dei partecipanti, i benefici possibili e gli svantaggi potenziali. E’ ottimo avere una prospettiva completa da parte dei tecnici, degli atleti, dei tifosi e degli organizzatori e quello che abbiamo visto nel nostro mondo è stato che la maggior parte della gente di ciclismo è favorevole a mantenere la tecnologia.
Quanto è importante la pianificazione pre-gara nelle gare amatoriali?
La pianificazione è spesso la parte più sottostimata della corsa e invece è così cruciale e importante. Quando ho iniziato con Lance Armstrong nel 1999, tutto consisteva nell’avere degli obiettivi e poi fare un piano per raggiungerli, non era qualcosa del tipo: “Sali in bici e vinci il Tour de France”. Il punto era sedersi a tavolino e fissare tutto: dalle sessioni d’allenamento, alle gare, dalla nutrizione, al materiale tecnico e a tutto quello che si collega a questi aspetti. La differenza tra vincere e perdere, o tra migliorare e stare fermi e tutta nei dettagli. Agli amatori dico che non è mai troppo presto per avere degli obiettivi e un piano ma entrambi devono essere realistici, misurabili, legati a delle scadenze e devono spingerci alla sfida. Un buon tecnico deve essere bravo a capire i bisogni di ogni atleta e avere un piano specifico di gara per ogni corridore, non esiste un piano standard buono per tutti.
Tu sei un direttore sportivo al top nel ciclismo: hai creato il mito Lance Armstrong vincendo assieme 7 Tour de France. Un ragazzotto Americano che va forte in bici non era un’immagine così tipica anni fa, il ciclismo aveva bisogno di un personaggio a tutto tondo come Lance, capace di attrarre persone e sponsor. Non pensi che un atleta fortemente mediatico abbia maggiori possibilità di ottenere risultati migliori di uno con un profilo più basso?
JB: Tutto consisteva nel concentrarsi nel ciclismo, se non hai performance adeguate è dura attrarre I media e gli sponsor. Io penso che I tecnici e gli atleti siano troppo spesso focalizzati un po’ troppo su media e sponsor. Quando perdi il giusto focus nello sport in se stesso finisci per minare le performance, cosa che renderà più difficile attrarre propaganda e sponsorizzazioni su di te. E’ un circolo vizioso avere a che fare con queste dinamiche, è per questo che ritengo fondamentale ingaggiare uno staff di supporto molto forte. Ognuno ha un ruolo in una squadra ciclistica, dai corridori ai direttori, da chi fa la logistica fino a chi si occupa di PR e Marketing, è il nostro staff di supporto che ci ha resi vincenti. Possiamo concentrarci sui nostri compiti, allenarci e correre in bici, quando abbiamo bisogno di interagire con uno sponsor o parlare coi media il nostro staff prepara tutto in modo da non farci perdere troppo tempo o concentrazione sui nostri compiti base che sono sempre e semplicemente allenarci e correre. Ogni team di successo, vedrai, funziona così.
Il profilo del nuovo atleta in ogni tipo di sport deve avere gambe forti, buona resistenza e un bel sorriso per attrarre i migliori sponsor per potersi permettere di allenare e correre in squadra con i migliori compagni nei migliori luoghi d’allenamento e lo staff migliore?
JB: Penso che sia mancante un elemento fondamentale nella tua analisi, un vero elemento chiave è il focus mentale e la capacità di essere dei duri. Ho visto atleti estremamente talentuosi e fuori dal comune ma con delle pecche a livello mentale. Ho avuto un atleta tempo fa con dei grandi numeri nei test che non ha mai saputo esprimere il suo potenziale in gara. A lui mancava l’elemento testa: non aveva fiducia in se stesso, non aveva l’intensità e la passione che serve per esprimersi al livello più alto nello sport. I tecnici spesso si focalizzano sull’aspetto tecnico ma io dico che quello tecnico è allo stesso livello di quello mentale.
L’atletica italiana vive un momento di debolezza in molti aspetti, quella internazionale ha un grande personaggio e un forte atleta come Usain Bolt che agli occhi di chi non segue costantemente questo sport è un’icona del movimento. Come può un buon tecnico permettere a un sistema di crescere?
JB: Ci sono sicuramente degli italiani di talento, molti di essi probabilmente non hanno raggiunto ancora il loro potenziale massimo. Credo sia strategico fotografare l’atletica italiana e fare un’analisi completa di cosa funziona e cosa non va, cosa può essere migliorato e cosa fanno gli altri fuori dall’Italia. Bisogna poi leggere quella fotografia trovando delle soluzioni, mettendo in piedi un piano per passi successivi e poi applicarlo con scrupolosità e efficacia. Noi siamo portati a guardare solo il prodotto finale come una vittoria al Tour de France o un record polverizzato di Usain Bolt ma raramente il grande pubblico vede il duro lavoro che sta dietro nello sviluppo dell’atleta e dei sistemi organizzativi. E’ tutto molto complesso e spesso richiede un grosso investimento di tempo ma, a mio modesto parere, non ci sono scorciatoie per creare un programma che porti al top.
Pensiamo che il ciclismo possa travasare delle competenze e delle pratiche virtuose nell’atletica, cosa ci vedi di comune nei due mondi?
JB: Penso che ogni sport possa travasare le migliori esperienze e pratiche virtuose negli altri campi. A ottobre parlerò in Gran Bretagna ai capi della Football Conference, io personalmente non seguo il calcio così da vicino ma penso che quando si parla di sport possiamo tutti imparare a vicenda come facciamo le stesse cose in ambiti diversi. Parlandosi e confrontandosi si impara a prender ein prestito delle idee e a incorporarle in una strategia personalizzata nel modo in cui fai le cose semplici. Mi piacerebbe davvero avere l’opportunità di lavorare in qualche progetto di consulenza in cooperazione con l’atletica italiana nella quale io possa condividere la mia struttura manageriale e la mia filosofia vincente che penso sia stata la chiave dei 9 Tour de France vinti dai miei atleti in 11 anni.
Inserisci l’atletica nei tuoi programmi di allenamento dei professionisti?
JB: Alcuni ciclisti fanno della corsa leggera fuori dalla stagione delle gara, le passeggiate in montagna così come lo sci e la mountain bike sono parimenti attività utili. Lavoriamo anche per rinforzare addominali e schiena, quindi le attività di fondo sono molto comuni per noi rispetto a quelle di sprint.
Parlando di atletica e futuro: è teoricamente possible create un atleta italiano grande come nessuno mai prima di lui, come tu hai fatto nel ciclismo con Lance Armstrong?
JB: Non penso che Lance era uno come mai prima di lui, era già un campione del mondo prima della diagnosi del cancro, in pochi lo ricordano. Il cancro lo ha cambiato, non sono sotto l’aspetto mentale ma anche fisico. Ha perso molto peso e questo lo ha reso più leggero per scalare le montagne più agilmente. La sua storia personale di uomo che dall’essere vicino alla mort evince la gara più dura del mondo ha attratto l’attenzione dei media e degli sponsor, ovviamente dal punto di vista emozionale è una grande storia e I sogni rendono lo sport affascinante per tutti. Lo sport non è solo gara, tempi, premi, vittorie ma un insieme di storie dietro a ogni atleta. Dal punto di vista del marketing e dei media devi esser bravo ad andare oltre la prestazione atletica in sè, devi stabilire un contatto con tifosi e sponsor e nello stesso tempo avere lo staff adeguato per permettere all’atleta di concentrarsi sui suoi compiti principali. Magari non tutti gli sport hanno un atleta che ha battuto il cancro, ma sicuramente ogni sport ha delle storie affascinanti che purtroppo troppo spesso non vengono raccontate.
Segui l’atletica? Che atleta vorresti dirigere?
JB: L’unico sport che seguo dal vivo è il ciclismo ma essendo belga sono un fan di Tia Hellebaut e Kim Gevaert che hanno fatto bene nelle rispettive discipline. Il Belgio è un paese piccolo e due atlete così meritano I complimenti di tutti per I risultati raggiunti.
Se fossi un coach di atletica vorrei un atleta di talento che non ha raggiunto il proprio potenziale, questo è quello che mi diverte fare. Prendere un atleta talentuoso e renderlo un campione, ho fatto questo con Lance Armstrong e Alberto Contador (vincitore di 4 Tour de France e un Giro d’Italia n.dr) e penso sia la parte eccitante del mio lavoro di tecnico. L’ho detto prima, tutti vedono il prodotto finale ma sono I dettagli che in pochi vedono che lo rende degno di nota.